venerdì, marzo 27, 2009

Caffarella: i veri colpevoli sono ancora a piede libero

Gruppo EveryOne: siamo convinti che i veri colpevoli siano ancora a piede libero.

I romeni in carcere hanno confessato, ma il loro dna non e' compatibile con quello rilevato sui vestiti della vittima e nel sangue di un pastore detenuto in romania. Ci si chiede inoltre che fine abbia fatto Ciprian Cioschi, riconosciuto con certezza dai fidanzatini.

“Che fine hanno fatto i 20 pastori romeni il cui aplotipo Y del DNA era identico a quello rinvenuto nei reperti biologici relativi allo stupro della Caffarella, avvenuto a Roma lo scorso 14 febbraio ai danni di una ragazzina 14enne?”. Se lo chiedono i leader del Gruppo EveryOne, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, alla luce dei nuovi presunti sviluppi del caso, che hanno portato al fermo dei Rom romeni Oltean Gavrila e Ionut Jean Alexandru, inchiodati dagli esami del DNA - secondo gli inquirenti - e quindi rei confessi.

“Come hanno riportato tutti gli organi di stampa nazionali,” spiegano gli attivisti dell’organizzazione internazionale per i Diritti Umani, “due investigatori romani e un dirigente della polizia di Stato italiana erano sbarcati a Bucarest per ricercare gli autori certi dello stupro fra i figli e cugini di un pastore romeno detenuto in patria, il cui aplotipo Y del DNA combaciava con quello rinvenuto sui vestiti e sui tamponi vaginali della vittima. Una procedura corretta, perché è evidente che almeno uno dei colpevoli deve avere il DNA compatibile con quello del pastore”. Gli inquirenti hanno poi divulgato i risultati di 7 dei 20 test del DNA effettuati, tutti negativi.

Improvvisamente questa pista – come molte altre, altrettanto attendibili – è stata abbandonata dalle autorità. “Hanno arrestato il giovanissimo Alexandru e - dietro segnalazione del ragazzo - il 27enne Gavrila, annunciando che il DNA li incastrava. E' evidente, essendo solo due gli autori dello stupro, che il DNA di uno di loro avrebbe dovuto essere identico a quello del pastore romeno. Invece no. Quell'esame che identificava al di là di ogni dubbio uno degli stupratori è stato dimenticato e accantonato definitivamente: di certo non è compatibile con il DNA di Alexandru e Gavrila. Il riconoscimento da parte delle vittime e le confessioni, visto quello che è successo con Loyos e Racz, non rivestono di certo l'importanza del DNA”.

“E' una considerazione inquietante,” prosegue EveryOne, “ma fondamentale per comprendere i metodi utilizzati nelle indagini. Se sugli abiti della vittima vi era lo sperma del pastore romeno o di uno dei suoi stretti parenti, almeno uno dei due nuovi detenuti è innocente. A questo punto vi è da chiedersi se, contro il protocollo, gli inquirenti non abbiano semplicemente fatto un'incetta di mozziconi di sigaretta e materiale eterogeneo reperiti nell'area attorno al luogo del delitto, mettendo insieme un campionario di DNA senza alcun valore probatorio”.

In effetti questa procedura poco ortodossa e fuori protocollo sembrerebbe confermata da una dichiarazione pubblica apparsa sul quotidiano ‘Evenimentul Zilei’ da fonti della polizia romena, che hanno sottolineato che ‘esistono, d'altra parte, alcuni problemi legati al modo in cui sono state raccolte le prove sul posto’. “In questa maniera appaiono chiaramente forzate e non corrette” continuano Malini, Pegoraro e Picciau, “le procedure che hanno incastrato Gavrila e Alexandru, che in ogni caso sono lontanissimi dalle descrizioni dei fidanzatini: niente capelli lunghi, niente accento arabo, niente mutilazioni alle mani”. Ed è proprio quest’ultimo particolare – indicato dalla vittima dello stupro e dal fidanzatino come caratteristica evidente di uno dei due aggressori, monco di 3 dita di una mano – a riportare l’attenzione sulla misteriosa figura del romeno Ciprian Cioschi, 22 anni, originario di Botosani e conosciuto, nonché molto temuto, da Isztoika Loyos e dai Rom romeni dei campi romani di Tor di Quinto, nonché del campo alle spalle del “Santa Maria della Pietà”, al Trionfale.

“Ciprian Cioschi corrisponde perfettamente nell’altezza, nei capelli lunghi, scuri e folti e nella menomazione a una mano alla descrizione resa dalle giovani vittime,” affermano gli attivisti, “inoltre il compagno della vittima avrebbe riconosciuto, subito dopo l’aggressione, Ciprian Cioschi in una foto con 'assoluta certezza' come uno degli stupratori della fidanzatina. La Politia Romana (ossia le autorità poliziesche romene) diramava però in pochissime ore un a dir poco sospettoso comunicato da Bucarest, in cui si affermava che Cioschi era estraneo al fatto della Caffarella poiché era rientrato in Romania dall’Italia l’11 febbraio, tre giorni prima dello stupro, con un bus partito dalla stazione di Roma Tiburtina. Alibi, quest’ultimo, smontato dal quotidiano romeno ‘Cotidianul’: ‘Quel giorno poteva essere in Italia’, hanno affermato i cronisti di Bucarest, avanzando l’ipotesi – secondo alcune fonti – che il romeno avesse raggiunto la Romania solo il 16 febbraio”.

Nonostante ciò, la Questura di Roma non ha portato avanti alcuna indagine che implicasse un coinvolgimento di Cioschi nello stupro e ha provveduto a far cadere la cosa nel dimenticatoio, non rendendo mai noti gli esami del DNA che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbero stati comunque effettuati sull’uomo. “Inoltre,” prosegue il Gruppo EveryOne, “non solo Ciprian Cioschi ha un fratello biondo molto simile a Isztoika Loyos, il ‘biondino’ ancora in carcere a Regina Coeli per calunnia e autocalunnia, ma, secondo quanto riporta un articolo de ‘La Repubblica’ del 9 marzo scorso, a firma Marino Bisso, ‘Qualcuno dice che sia un informatore della polizia di Bucarest. La questura nega che ci siano indagini su Ciprian anche se i suoi connotati fisici sono più simili agli identikit elaborati dai fidanzatini’.

Cosa dire poi dei cellulari delle vittime, che sarebbero stati sottratti dai due aggressori? Anche qui vi sono innumerevoli contraddizioni, che sottolineano quanto la Polizia italiana abbia operato in maniera discutibile: secondo gli Inquirenti romani, i violentatori sfilarono le schede ‘sim’ dai telefonini delle vittime e le buttarono tra i rovi del parco. Le tesserine sono state trovate, ma sono totalmente assenti dai reperti impronte digitali. Inoltre, cosa ancora più sconcertante, un uomo, mai intercettato – nordafricano, secondo alcune voci – avrebbe venduto uno dei cellulari rubati ai fidanzatini della Caffarella a un senegalese che gestisce un banco ambulante nel mercatino lungo via di Boccea.

Lì lo avrebbe comprato un italiano che, rintracciato dagli agenti della Squadra Mobile, avrebbe detto di averlo acquistato pochi giorni prima. Secondo quanto riportano numerose agenzie di stampa, quando l’italiano avrebbe acceso il cellulare, gli investigatori lo avrebbero subito rintracciato, e da lui sarebbero risaliti al senegalese. Ma chi è l’uomo che avrebbe ceduto l’apparecchio al senegalese? Che fine ha fatto? I cellulari rubati ai fidanzatini erano due. L’altro, secondo indiscrezioni circolate a piazzale Clodio, sarebbe stato trovato in Romania e sarebbe poi stato recapitato negli uffici della Squadra Mobile romana. Sarebbe stato nelle mani di uno zingaro transilvano, che avrebbe detto di averlo acquistato da un connazionale. Anche in questo caso, niente più si è saputo a riguardo, e la vicenda dei cellulari è stata messa a tacere con un velo ancora più torbido e inquietante”.

Secondo Malini, Pegoraro e Picciau “Oltean Gavrila e Ionut Jean Alexandru potrebbero non essere altro che gli ennesimi capri espiatori di una vicenda che coinvolge misteriose figure di italiani e romeni che operano a stretto contatto, al di sopra della legge. La vicenda dai toni foschi e misteriosi della Caffarella è la dimostrazione palese” concludono “che in Italia sono oggi in pericolo il diritto e la democrazia, mentre crimini efferati vengono usati per incastrare innocenti - come accaduto per il caso di Romulus Mailat, condannato a 29 anni di carcere in base ad elementi probatori quantomeno inconsistenti - attribuendone le colpe a un’intera etnia, aprendo le porte a provvedimenti discriminatori e istigando il popolo italiano all'odio razziale e alla violenza etnica”.


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2 commenti:

  1. Questa è una delle classiche vicende torbide, come ce ne sono state tante in Italia, tirata alla lunga dai giornalai ufficiali, tutti perfettamente allineati (come i militari e i disinformatori), che ci propongono all'infinito notizie con dichiarazioni ufficiali oggi e poi ritrattazioni domani, finte conferme e poi smentite, SENZA APPRODARE AD UNA SOLUZIONE CONCRETA, fino a quando, per convenienza di qualcuno e dopo aver sfinito per mesi la gente che ad un certo punto non ne può più di sentirne parlare, cade tutto nel silenzio e la verità rimane chiusa in qualche cassetto, senza che nessuno possa farci niente, a parte rassegnarsi. Alla fine nessuno ci fa più caso e loro giocano su questo. Sono cose che lasciano l'amaro in bocca, soprattutto se si pensa alle losche manipolazioni che ci sono dietro a queste storie.
    Così, è bene che tutti si rendano conto a cosa serviranno le impronte digitale e peggio ancora, la banca del dna di tutti i cittadini indiscriminatamente: una sorta di comodità per le operazioni pianificate dall'alto, che garantiscano l'impunità ai colpevoli e una facile condanna ad un probabile innocente, almeno fino a prova contraria.

    Dedicato a tutti i fresconi che dicono: se non hai fatto niente di male, che problema c'è a fornire le impronte o il dna?

    Appunto, nella teoria nessun problema, nella pratica invece....direi che il problema c'è.
    Ciao

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  2. Ciao Ginger, come tutte le persone di buon senso hanno ormai compreso, la giustizia è una parola vuota di contenuti.

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